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Uscire dall'anoressia: i 4 errori più frequenti




Tra i disturbi alimentari l'anoressia è sicuramente la più nota e maggiormente temuta. Molte persone tuttavia ignorano il disagio profondo dietro la paura del cibo, che spesso è accompagnata da pensieri costantemente focalizzati sul prossimo pasto e su come trovare una soluzione per risolvere enormi conflitti e contraddizioni interne.

Quindi sapere che l'anoressia è "quel disturbo che fa dimagrire perché le persone smettono di mangiare", non è di per sé una definizione esaustiva di cosa sia l'anoressia e di quali problemi in realtà bisogna affrontare per poter iniziare a stare meglio.
Molte pazienti e i loro familiari credono illusoriamente che per uscire dall'anoressia ci si debba impegnare a "fare cose", io voglio provare a raccontarvi quali sono gli errori più frequenti che vengono fatti sperando di risolvere il problema dell'anoressia.

1. Non è un fatto di volontà. Non basta voler stare meglio, per stare meglio. Nei disturbi alimentari ( come nella totalità dei disagi psicologici ed emotivi) la volontà non c'entra nulla. Conosco donne in lotta con l'anoressia nonostante siano persone tenaci a cui la forza di volontà non manca. Anzi focalizzarsi sulla volontà è un ottimo modo per aumentare il senso di colpa e di fallimento perché non si riesce a venir fuori dal disturbo alimentare.

2. Guarire non vuol dire prendere peso. Molti genitori giustamente spaventati misurano il miglioramento delle proprie figlie, o figli, sulla base della bilancia. Eppure aumentare di peso non vuol dire stare meglio. Il disagio dell'anoressia si manifesta con il sintomo del cibo, ma se non si risolvono i problemi psicologici, e spesso di crescita, si sarà solo normopeso ma con il rischio di sviluppare un altro disturbo come bulimia o binge eating o semplicemente vivere nel profondo disagio psicologico.

3. Ciclo mestruale sì, ciclo mestruale no. Va ribadito che la scomparsa delle mestruazioni nei casi anoressia o bulimia, spesso può anche sorgere prima del dimagrimento. Questo vuol dire che il ciclo mestruale non solo si blocca a causa delle poche risorse dell'organismo denutrito, ma anche perché ha una valenza spesso legata ad aspetti più emotivi. Concentrarsi sull'aspetto medico o addirittura forzare il corpo con le finte mestruazioni della pillola estro-progestinica, non sempre può essere una buona soluzione per chi non è ancora pronta a fare i conti con quello che il ciclo mestruale rappresenta davvero per loro a livello personale e psicologico.

4. Pensare di dover mangiare di più. Un pezzetto di torta o di pizza non cambierà davvero le condizioni di un disturbo grave come l'anoressia. Molte ragazze sono combattute tra l'accontentare i familiari assaggiando cibi che le spaventano e la paura di ingrassare. Se è vero che sotto una certa soglia di peso è necessario un intervento sanitario, è pur vero che non si può pensare che il primo passo di cura sia cominciare a fare pasti normali di punto in bianco.

Togliere la priorità a queste false soluzioni, vi permette di focalizzarvi su quali siano le vere paure che nella vostra vita e nelle relazioni con gli altri, vi stanno mettendo in difficoltà. Una volta che riuscite a far emergere i conflitti e le emozioni sgradevoli, potrete anche far emergere i veri desideri e poter finalmente realizzare voi stesse come autonome e più serene anche nei rapporti con gli altri.


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IL DISAGIO PSICOLOGICO DELLA RICCHEZZA E DEL SUCCESSO



Tanto si è detto sul rapporto tra denaro, successo e felicità. Potrei passare in rassegna una serie di luoghi comuni come “i soldi non danno la felicità” oppure “i ricchi non sono mai felici”, ma credo che il problema sia più complesso di così.
Se negli Stati Uniti il dott. Manfred Kets de Vries studia la cosiddetta Sindrome da fatica cronica da ricchezza, altri aspetti emotivi e relazionali emergono come fondamentali nel benessere delle persone che vivono con risorse economiche superiori alla media. Ma è vero che i ricchi sono infelici? E’ vero che raggiungere il successo professionale non garantisce la felicità?
Va da sé che il benessere psicologico non è legato al benessere economico: sono altri gli elementi che rendono una persona realizzata e soddisfatta. Tuttavia avere a disposizione possibilità economiche di un certo livello in alcune persone può condurre ad una serie di problematiche che la maggioranza delle persone spesso non si trova a dover affrontare.

Ma chi sono le persone che pur apparendo realizzate e di successo, richiedono l’aiuto psicologico?



  • Imprenditori e imprenditrici di successo che faticano a costruire buone relazioni con gli altri, in famiglia o con i figli; che trascorrono le giornate e alcune situazioni con forte stress e ansia per una serie di pressioni sociali e aspettative personali;

  • Donne dipendenti dal lavoro, condizionate dal perfezionismo, dal muoversi in ambienti mascolinizzanti a cui si sono troppo rapidamente adeguate, vivendo con il tempo un senso di inautenticità e fatica;

  • Genitori che hanno numerosi dubbi su come crescere bambini all’interno di un realtà familiare benestante insegnandogli a dare valore a se stessi per ciò che sono, aiutandoli a guardare gli altri e le realtà diverse, educarli ad una realizzazione relazionale ed emotiva;

  • Persone che ereditano aziende e patrimoni di famiglia e si ritrovano a fare i conti con le aspettative familiari o personali, la paura di non essere all’altezza, ecc.



PSICOTERAPIA DELLA RICCHEZZA


Le persone che sono definite ricche e di successo non sono quindi esenti dalle difficoltà anche di ordine emotivo, relazionale e psicologico. Alcuni vivono dei conflitti interiori dolorosi nonostante si potrebbe pensare erroneamente che il denaro può consentirgli di avere tutto ciò che desiderano.
I temi più comuni che ritrovo in questi pazienti che seguo sono:

  • La fatica a riconoscere i propri reali desideri, perché poco connessi alle proprie emozioni che non sanno riconoscere;
  • Le difficoltà nelle relazioni perché facendo fatica a leggere se stessi e quello che provano, faticano anche a capire cosa sentono e vivono gli altri; le relazioni sono spesso vissute con un senso profondo di diffidenza
  • Il senso di perdita di sé, di vuoto o di mancanza di motivazione;
  • Il senso di colpa perché avere molta disponibilità economica fa sentire diversi o immeritevoli;
  • Il senso d’isolamento perché ci si trova in difficoltà a relazionarsi con gli altri, in quanto il denaro sembra che rende i rapporti inautentici o falsati;

COSA DESIDERANO DAVVERO LE PERSONE CHE NOI CREDIAMO REALIZZATE


Come psicoterapeuta resto molto colpita da come le persone ricche facciano fatica a legittimarsi ad essere infelici e sofferenti, come se pensassero che poiché la vita è stata generosa con loro, non dovrebbero lamentarsi. Questo è un nodo complesso da sciogliere perché è alla base anche della possibilità di chiedere aiuto in terapia e poter in futuro eliminare il pesante fardello di un’immagine mentale di persona facoltosa e di successo.
Le cose più importanti su cui lavorare possono essere scoprire i propri desideri, una volta tolte le sovrastrutture della ricchezza.
Imparare da zero a capire come ci si sente, quali sono le emozioni reali che si provano, perché spesso, soprattutto chi è cresciuto in famiglie ricche, può aver imparato ad adeguarsi a tutta una serie di aspettative cariche di responsabilità, senza aver tempo di capire cosa sentissero davvero.

Lavorare in terapia sull’autenticità è un altro aspetto critico, perché quello che ho colto negli anni è proprio un estremo bisogno di poter essere se stessi e una grande paura di liberarsi dalle immagini idealizzate, spesso legate alle pressioni familiari, sociali e individuali in rapporto alla ricchezza e al successo.

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PSICOLOGIA DEL CICLO MESTRUALE



Quali sono gli aspetti psicologici del ciclo mestruale? Perché da sempre le mestruazioni sono ignorate anche dalla ricerca clinica in psicologia? E' difficile dare una risposta ad un tema così ancora fortemente tabù nella nostra società. In questo post provo a raccontare perché è importante dare valore al ciclo mestruale nel percorso di crescita personale di ogni donna.



PERCHE’ IGNORIAMO LE MESTRUAZIONI


Il ciclo mestruale dei tempi moderni è un evento seccante, un inconveniente che magiche pillole antidolorifiche e assorbenti ultra-tecnologici possono quasi cancellare e permetterci subito di tornare alla nostra giornata performante fatta di corse a lavoro, giro a riprendere i bambini da scuola e lezione in palestra. O almeno questa è la rappresentazione che ne danno i media e quindi la società in cui viviamo.
Ma è davvero così? Realmente i crampi delle mestruazioni, la stanchezza e l’umore pessimo si possono mettere da parte durante alcuni giorni del mese e fare come se nulla fosse?
Dal numero imponente di disturbi legati al ciclo mestruale si direbbe di no. Quindi qualcosa non funziona e cerchiamo di capire perché.
E’ importante partire dal presupposto che il ciclo mestruale non è solo un fastidioso evento corporeo, ma è soprattutto un processo ciclico emotivo e legato al rapporto con il proprio corpo e con il proprio sé.
Provo a spiegarmi meglio.
Il ciclo mestruale è una sorta di bussola interna. Ci dice come stiamo, come ci sentiamo e ci indica anche cosa fare. Eppure diamo per scontato che il ciclo possa essere ignorato e ci preoccupiamo solo se abbiamo sintomi particolarmente dolorosi o intensi. Ci preoccupiamo perché come donne abbiamo paura di “non funzionare”. Abbiamo paura di essere difettate perché diverse da quella norma che ci dice che la donna con il ciclo può fare tutto senza farsi limitare dal corpo. Uso di proposito la parola “limite” perché piace tanto raccontarsi che i limiti vanno superati per dimostrare di essere forti e adeguati, ma è una scemenza: i limiti se ci sono ci sarà un motivo, e prima di lanciarsi a scavalcarli con atti di forza, sarà bene capire perché ci sono e valutare se è bene che restino dove sono.
Durante il periodo delle mestruazioni si da per scontato che dobbiamo tornare operative nel più breve tempo possibile. E’ come se fossimo sintonizzate non sul nostro corpo ma su un corpo irreale, un corpo “come dovrebbe essere”. Invece di fermarci e seguire i nostri ritmi, siamo convinte di dover ignorare il ciclo e risolverlo nel modo più rapido possibile.

IL CORPO NON E’ UN OGGETTO, IL CORPO SIAMO NOI


Il nostro corpo durante il ciclo mestruale ci chiede di prenderci del tempo per noi. Ci chiede di metterci in pausa, di riposare e di entrare in maggiore connessione con il nostro corpo. Di seguire i nostri tempi rallentati, di dormire di più, di “lasciar andare”, nel metaforico flusso, le cose meno importanti.
Il corpo non è un dato di fatto, come sottolinea Susie Orbach, è molto di più: è la rappresentazione di noi stessi, delle nostre emozioni, dei nostri vissuti legati al contesto in cui siamo vissuti, alle relazioni che abbiamo con gli altri e con noi stessi.
Il corpo non è semplice oggetto da trasformare o gestire a piacimento. Il corpo non è una parte di noi, ma siamo proprio noi. Le stesse emozioni, a ben pensarci, sono corporee e si manifestano con sensazioni fisiche. Perché il nostro ciclo mestruale dovrebbe essere diverso?

PSICOANALISI E MESTRUAZIONI


Sorprende scoprire come nella ricerca in psicoanalisi il tema del ciclo mestruale e le dinamiche psichiche femminili ad esso legato, siano in realtà quasi del tutto assenti.  Ho trovato però interessante una ricerca della Donmall (What it means to bleed: an exploration of young women’sexperiences of menarcheand menstruation ) che invece finalmente prova a tracciare 3 aspetti importanti legati alle mestruazioni e alla psicologia femminile:
1. il ruolo della madre nell’accogliere e vivere le prime mestruazioni;
2. la difficoltà emotiva e psicologica legata al ciclo irregolare per il timore che qualcosa di interno al proprio corpo non funzioni, quindi di essere inadeguate;
3. l’associazione mentale tra le mestruazioni e la sporcizia e la vergogna, che racconta come per molte donne questo vissuto negativo sia associato anche alla sessualità.

IL CICLO MESTRUALE COME STRUMENTO DI CRESCITA PERSONALE


Credo che il ciclo mestruale sia uno strumento prezioso per allenare la consapevolezza di sé partendo dal corpo fino ad arrivare alle emozioni e al nostro benessere.

1. Per esempio dare spazio al nostro ciclo mestruale e conoscerlo meglio, ci permette di iniziare ad osservare piccoli cambiamenti che possono aiutarci talvolta anche ad individuare segnali di problematiche o patologie.
2. Assecondare i ritmi del ciclo mestruale durante tutto il mese, ci permettono di abbassare lo stress per la pressione performante di dover essere sempre all’altezza, anche se stiamo male, ed è un buon allenamento di consapevolezza interiore.
3. Essere più connesse con sé stesse vuol dire iniziare a togliere strati di maschere, aspettative irreali, smettere di fingere e poter essere più autentiche, trovare la propria identità ed essere libere di essere davvero se stesse.

Conoscere il proprio ciclo mestruale davvero permette tutto questo?


Il ciclo mestruale è come una mappa che ci permette di entrare in contatto con noi stesse. Ma è un viaggio che a volte può richiedere tempo e aiuto.
Un primo passo oggi può essere iniziare a riflettere su come vivete in questo momento il ciclo mestruale e chiedervi come invece vorreste che fosse da qui al prossimo anno, per esempio iniziando un diario mestruale.

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10 cose da conoscere per sopravvivere agli attacchi di panico



Le emozioni che parlano attraverso i sintomi del corpo


Gli attacchi di panico sono una delle cose più spaventose e fastidiose che spingono le persone a chiedere aiuto allo psicologo.
Tuttavia sono quasi sempre una risposta corporea a problemi di tipo emotivo e psicologico che sono rimasti da qualche parte in standby nel dimenticatoio della nostra mente e quando meno ce lo aspettiamo si palesano con strette alla gola, confusione e tachicardia.
Ci sarebbe molto da dire su come le emozioni diventano sintomi fisici, ve ne avevo parlato nel post  Come la movimento terapia può essere uno strumento per affrontare il dolore femminile, oggi invece vi racconto cosa funziona a breve termine, secondo la mia esperienza nel lavoro con persone che vivono questo odioso problema, che a volte può diventare invalidante e limita la quotidianità o i momenti di maggiore stress (che poi non è detto che siano momenti negativi: magari l’attacco di panico arriva laddove si hanno gioie e successo. Paradossale, vero?).


La psicoterapia è crescita personale non una semplice cura


Premetto che do per scontato che se avete avuto episodi di attacco di panico e cercate soluzioni, abbiate già iniziato la vostra psicoterapia personale ( e in alcuni casi abbiate anche valutato un piccolo sostegno farmacologico momentaneo ), che non soltanto vi darà l’opportunità di venire a capo degli attacchi di panico, ma soprattutto v’impedirà di far peggiorare la situazione ( ebbene sì, può andare peggio di così) e, cosa fondamentale, vi aiuterà a lavorare sulle vere problematiche alla radice di questi sintomi.
Tuttavia la psicoterapia per molti (anche se non per tutti) ha dei tempi spesso lunghi, soprattutto quella che pratico io, ad orientamento psicoanalitico, perché è necessario darsi tempo e spazio per capire cosa ci accade e riuscire a poterlo digerire. La psicoterapia è un’esperienza di crescita personale, è lo yoga della mente, quindi richiede tempo, costanza e impegno per vedere risultati.
Ma cosa fare se un sintomo è urgente e invalidante e vogliamo avere strategie “easy” per sopravvivere quotidianamente all’attacco di panico, in attesa che il nostro percorso psicoterapeutico faccia il suo corso?

Il mio prontuario per l'attacco di panico


Ecco i miei 10 step per vivere con l’attacco di panico nel modo migliore possibile:

1. Capire che abbiamo un attacco di panico

Sembrerà implicito, ma non è detto che tutti siamo in grado di capire quando abbiamo un attacco di panico. Imparare a riconoscere un attacco di panico è invece fondamentale, soprattutto per evitare di far finta di niente o di convivere con il terrore errato di avere una malattia grave come per esempio un disturbo cardiaco.

2. Stare nel panico

Questo non vi piacerà, ma è perfettamente inutile girare le spalle all’attacco di panico. Tocca starci, sentirlo, guardarlo e capire che è “un momento”. Esattamente come quando avete un mal di testa: sapete che non morirete e aspettate con pazienza che passi. Questo vi aiuterà a vivervi non come prigionieri eterni di una sensazione sgradevole, ma come consapevoli che c’è un inizio e una fine. Inoltre è possibile così ridurre la paura della paura e trasformare l’intensità dell’attacco di panico in un semplice stato di ansia momentanea.

3. Non si muore

Lo so, la sensazione del primo attacco di panico non si scorda mai, purtroppo. Ma riflettiamoci lucidamente: è la cosa peggiore che vi possa capitare in quel preciso momento, niente di più. Quindi è importante ricordarsi che l’attacco di panico non ci ucciderà. Più resistiamo all’attacco di panico, cercando di controllare l’incontrollabile e più staremo male. Se riusciamo a fare nostro il pensiero che l’attacco di panico va accolto come qualcosa di non dannoso in sé e momentaneo, sarà più semplice sopravvivere agli episodi che si verificheranno.

4. Aspetta e conta fino a 10

Mettersi in attesa quando si vive un attacco di panico è davvero difficile. Ma sapete qual è il vero problema in quei momenti? L’attacco di panico ci deruba delle nostre capacità di riflettere, concentrarci e capire cosa stiamo sentendo davvero. Quindi il mio suggerimento è: createvi sempre una via d’uscita (uscire dal ristorante, scendere dal bus, andare a casa, ecc.), ma non mettetela subito in atto. Datevi del tempo per far sì di non attivarvi alla ricerca di sollievo, ma aspettare che il sollievo arrivi a voi da solo. Concedendovi un po’ di tempo.

5. Il diario del panico

La scrittura potrebbe non essere il vostro strumento preferito, però per alcune persone tenere un diario degli attacchi di panico è un ottimo modo per capire cosa accade e riflettere su come ci si sente. Spesso presi dall’angoscia, una volta giunti in studio non sempre è possibile con alcuni pazienti rievocare i ricordi di quei momenti e arrivare alle emozioni. Così la seduta diventa un elenco di eventi ma senza la possibilità di focalizzare le emozioni e i contesti in cui avvengono certi episodi.
Non avere particolare memoria quando si è in psicoterapia non è di per sé una brutta cosa, a volte è la modalità con cui funziona una determinata persona e ha senso che esista, non che venga scardinata da me psicoterapeuta. Tuttavia per qualcuno può essere complicato proprio costruire un lavoro di osservazione interna, di dialogo emotivo personale. Ecco il diario può venire in soccorso. E per qualcuno scrivere è proprio un metodo per ridurre i sintomi dell’attacco di panico.

6. Esercizi di respirazione

Cosa possiamo fare durante l’attacco di panico? Respirare. Ma come? Esistono tanti esercizi dedicati al respiro che insegno ai miei pazienti, ma posso suggerirvi quello più semplice: seduti in una posizione comoda, mani su petto e addome e sentite il vostro respiro. State in ascolto di cosa accade al vostro respiro senza forzarlo, ma seguendo proprio il vostro ritmo. Concentrarsi sul presente e su ciò che sentite, vi aiuta a focalizzarvi su di voi e a gestire la paura.

7. L’unica realtà è nel presente

Le emozioni sono legate a quello che viviamo oggi. Così come i nostri problemi. Molti vi diranno che la psicoterapia psicoanalitica si occupa di scandagliare traumi inconsci del passato o della vostra infanzia: non credetegli. La psicoterapia psicoanalitica moderna oggi si occupa del presente, anzi proprio dell’immediato, a volte nella stessa relazione tra paziente e psicoterapeuta. Tutti credono che i propri problemi siano legati al passato o si preoccupano per il futuro. In realtà è ciò che viviamo nel presente che è fondamentale e che viviamo come disagevole. Quindi è importante poter riflettere come nell’attacco di panico spesso la paura è focalizzata su ciò che potrebbe accadere in un futuro ipotetico, più o meno ravvicinato. Ma invece l’angoscia si muove da altrove.
Può essere allora utile capire cosa stiamo facendo, con chi siamo, come stiamo davvero e magari segnare tutti questi elementi sul nostro diario. Anche se il presente non ci è chiaro e giureremmo che è un momento di tranquillità e serenità, segnare sul diario cosa accade nel presente ci aiuta a non distrarci, ma a restare concentrati sul vero problema.

8. Esercizio di consapevolezza corporea

Se avete esperienza di visualizzazioni guidate o di body-mindfulness, riprendere contatto con le sensazioni corporee può essere un esercizio molto utile. Se non conoscete queste tecniche trovate uno psicoterapeuta che si occupi di tecniche corporee e imparate a svolgere un piccolo esercizio di mappatura corporea o di consapevolezza corporea. Se praticate con costanza almeno 3 volte a settimana, vi sarà utile non solo per l’attacco di panico ma anche per la concentrazione e l’ansia in generale.

9. Riavvolgi e premi play

Il punto 9 è qui perché potreste credere di stare finalmente meglio e poi ritrovarvi a sorpresa con un nuovo attacco di panico. Non pensate, demoralizzati, “Ecco, non ha funzionato”. Ripetere da capo questi step  è il mio suggerimento qui alla fine, perché è molto probabile che ricapiti, non c’è niente che non va. Non siete incapaci o inadeguati. Questi passaggi possono essere di sollievo anche se ripetuti nel tempo.  Gli attacchi di panico possono tornare, sta a noi capire come e perché, soprattutto attraverso il percorso psicoterapeutico.

10. Fine

Ecco in questo ultimo step vi voglio ricordare che l’attacco di panico non dura in eterno ed ha una sua fine. Ma soprattutto l’attacco di panico si concluderà sia che vi preoccupiate, sia che non vi preoccupiate. Non è compito vostro far terminare un attacco di panico. Il vostro impegno deve poter essere  riuscire a vivere l’attacco di panico in un modo nuovo e meno disagevole.


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Come la movimento terapia può essere uno strumento per affrontare il dolore femminile



È ormai consuetudine ritenere in medicina e in psicologia che il corpo e la mente siano due entità tra loro collegate in modo indissolubile e non due semplici inquilini che abitano nello stesso condominio.
Sulla base di questa semplice considerazione l’approccio del lavoro psico-corporeo ci permette di rimettere in asse questa connessione tra corpo e psiche, che spesso è del tutto assente nella percezione delle persone.

Perché è importante ri-connettere il nostro corpo alle nostre emozioni?


La maggioranza delle persone vive il proprio corpo come oggetto da trascinare con sé durante il giorno, come parte di sé che va migliorata (con diete, palestre, interventi estetici, ecc.) o di cui vergognarsi.
Generalmente tendiamo a ricordarci di avere un corpo, e riusciamo a sentirlo davvero, quando è presente un disagio fisico, una lesione o un dolore di natura organica, condizioni che ci impongono all’improvviso di confrontarci con il disagio, il senso di precarietà e di cambiamento delle percezioni che avevamo di noi stessi prima che la malattia si manifestasse.


Una scissione totale di corpo e mente può essere alla base di esperienze emotive complesse e può causare ulteriori disfunzioni. 


Conflitti irrisolti, elementi depressivi o emozioni dolorose possono causare ansia, rabbia, senso d’impotenza e numerosi segnali corporei.
Il problema fondamentale di una disconnessione corpo-mente è legata al fatto di ritrovarsi con le risorse interne, corporee e psichiche, divise e ridotte.
Da questo ne consegue il fatto che diversi aspetti di noi non possono comunicare e lavorare insieme per il nostro benessere e la nostra crescita.

Le emozioni sono principalmente corporee.


Quando vedo una persona nuova per un colloquio in studio, capita spesso che inizialmente facciano difficoltà a riconoscere cosa sentano e a dare un nome alle proprie emozioni. Molti si giustificano: “ Sono abituato a ragionare sulle cose concrete, poco sulle emozioni” Spesso rispondo che invece le emozioni sono la cosa più concreta che sperimentiamo ogni giorno. Infatti le emozioni sono esperienze fondamentalmente corporee: strano se ci pensiamo, vero? Ma è così. La rabbia è accompagnata da una tensione muscolare, la gioia da una espansione del movimento e del respiro, la paura da un aumento del battito cardiaco o da un’attivazione dello stomaco e così via, traducendo nel corpo le nostre emozioni a volte in modo anche molto soggettivo e unico.

Il corpo nel femminile.


Le donne da sempre per  diversi motivi, tra cui quelli biologici, sono costantemente riportate a confrontarsi con tutta una serie di segnali corporei che scandiscono la sua intera esistenza dagli anni precedenti al presentarsi delle prime mestruazioni fino agli anni della menopausa.
Il corpo femminile è luogo di trasformazione e di passaggi ciclici, non sempre facili, ma sicuramente che porta in sé un potere creativo, non solo legato alla gravidanza, ma a tutti i processi  fisici e psichici all’interno del mondo psico-corporeo femminile.
Se molte di noi hanno perso la capacità di conservare questa connessione con il proprio femminile e vivere pienamente il corpo come spazio buono e ricco, per le donne affette da dolore femminile il corpo diventa ancora più straniero, distante e minaccioso.
Molte donne purtroppo soffrono a causa di patologie o disturbi a carico degli organi sessuali o dell’apparato riproduttivo. Il problema si misura nell’ordine di svariati tipi di disagio nella quotidianità, come per esempio:

  • vivere le mestruazioni con angoscia e paura del dolore
  • sensazione di una vita limitata
  • problemi nei rapporti sessuali
  • preoccupazione per l’imprevedibilità del dolore
  • senso di svalutazione
  • paura di non essere complete
  • vivere le mestruazioni come un problema da risolvere
  • sensazione di essere diverse dalle altre
  • sensazione di essere sole e che nessuno ci capisca
  • percezione di avere un corpo malato, che non funziona
  • senso d’inadeguatezza 
  • percezione distorta della propria immagine corporea

Movimento terapia.


L’approccio terapeutico psico-corporeo è un supporto importante che aiuta la donna a ri-connettere il corpo alle esperienze emotive e a ri-valorizzare le risorse del proprio corpo nonostante la malattia fisica.
La movimento terapia incorpora una serie di approcci al corpo e al movimento e si basa sul concetto di come noi "sentiamo" il nostro movimento dall'interno attraverso le nostre percezioni. La movimento terapia ci racconta come ognuno di noi possieda un'esperienza individuale del nostro corpo e del nostro movimento che ci può fornire una valida conoscenza del nostro sviluppo, della nostra salute e del nostro benessere.
Quando ci si trova di fronte a disturbi cronici o malattie organiche è inevitabile accogliere il cambiamento del nostro corpo che non è più come prima, ma ciò che con la movimento terapia possiamo scoprire è che in realtà ogni cambiamento è un evoluzione fisica e psichica, di crescita, che ci può aiutare a scoprire nuove risorse individuali.
Si può agire con diversi tipi d'interventi e provo a fare qualche esempio:

  • esercizi di mappatura corporea (per riconoscere tutte le parti del nostro corpo e sintonizzarsi in modo armonico)
  • rilassamento (per portare il corpo in una benefica condizione di rilassamento muscolare e mentale che ci consenta di affrontare meglio lo stress)
  • movimento libero (per dare voce in modo istintivo all'espressione corporea - come rotolare, saltare, dondolare, stare fermi, strisciare, eccetera - e scoprire come ci sentiamo davvero e quali siano le nostre vere emozioni in questo momento)
  • visualizzazioni guidate (lavorare su simboli e immagini suggerite abbinandole all'esplorazione corporea e al movimento, per lavorare sulle nostre risorse)
  • movimento guidato (esplorare lo spazio e le qualità del nostro movimento per scoprire i nostri limiti e le nostre risorse).


Vivete un disagio legato al ciclo mestruale o all'endometriosi e volete saperne di più sulla movimento terapia? Scoprite il mio progetto tutto dedicato alle sessioni di  tecniche corporee BODY MIND STUDIO e contattatemi per capire insieme come posso aiutarvi.






© dott.ssa Susanna Murray - Psicologa Psicoterapeuta Pesaro. Design by Fearne.