Quando sono arrivata a Pesaro non ero ancora psicologa.
Oggi lavoro come psicologa e psicoterapeuta a Pesaro, ma il mio rapporto professionale con questa città è iniziato molto prima dello studio privato. Attraversa la psichiatria territoriale, il Consultorio, il lavoro con le famiglie e le adozioni e, dai primi anni Duemila, la libera professione.
Frequentavo Psicologia all'Università di Bologna, nella sede di Cesena, ed ero ormai vicina alla laurea. Vivevo già a Pesaro e mi mantenevo con qualche lavoro mentre continuavo la mia formazione, spostandomi spesso in treno tra Pesaro e l'Emilia-Romagna.
Era la seconda metà degli anni Novanta e la formazione universitaria era molto diversa da quella di oggi. Sebbene il percorso di laurea in psicologia in Italia non presupponesse tirocini pre-laurea, all'Università di Bologna erano previste le cosiddette “esperienze pratiche guidate”: periodi trascorsi all'interno di servizi e strutture, sotto la guida di professionisti esperti. Ebbi così la possibilità di conoscere dall'interno realtà molto diverse, tra cui il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell'Ottonello a Bologna e il SIMAP a Faenza, del Dipartimento di Salute Mentale dell'Asl.
La mia tesi di laurea era dedicata al delirio schizofrenico e in quegli anni ero particolarmente interessata alla psicopatologia grave. Dopo la laurea, quando ancora attendevo di completare il percorso necessario per esercitare come psicologa, scelsi quindi di lavorare come educatrice in ambito psichiatrico. Non fu un ripiego in attesa di “fare la psicologa”. Fu una scelta. Volevo conoscere una dimensione della sofferenza psichica che difficilmente avrei potuto osservare nello studio professionale. All'epoca le supervisioni del mio analista-didatta il dott.Bruno Caldironi (il braccio destro di Roberto Assagioli, che aveva portato la psicoterapia immaginativa in Italia) e le lezioni del corso di Psichiatria del prof. Mario Amore durante l'università, mi avevano appassionato al mondo della psicopatologia.
Quello che uno studio non permette di vedere
Nel colloquio clinico incontriamo una persona per un tempo definito. Anche quando la situazione è complessa, vediamo inevitabilmente soltanto una parte della sua vita. Nel lavoro riabilitativo psichiatrico, invece, ho potuto conoscere la quotidianità.
Ho lavorato per oltre dieci anni nella riabilitazione psichiatrica a Pesaro, in particolare nella Struttura Residenziale Riabilitativa del Dipartimento di Salute Mentale nella zona Muraglia, dedicata soprattutto a giovani adulti con problematiche psichiatriche importanti. Erano persone che noi operatori chiamavamo spesso semplicemente “i ragazzi”. Lì non esisteva soltanto il sintomo. C'erano la famiglia, le relazioni, la casa, la capacità di organizzare una giornata, la possibilità di uscire, costruire legami, acquisire autonomia e trovare nuovamente un proprio posto nel territorio.
Ho imparato molto anche osservando il funzionamento dei servizi: il rapporto tra psichiatria, assistenza sociale, famiglie, territorio e differenti figure professionali. E soprattutto ho imparato quanto possa fare la differenza un'équipe che funziona.
Nella struttura in cui lavoravo avevamo costruito una collaborazione molto forte tra educatori, infermieri, operatori sociosanitari, assistenti sociali e psichiatri. Non era un'équipe perfetta, nessuna lo è, ma esistevano una visione condivisa, rispetto per le persone di cui ci occupavamo e un'idea comune della riabilitazione. Quando queste condizioni meravigliose si creano, il contesto stesso diventa parte della cura. È una delle lezioni che mi sono rimaste più profondamente dopo tanti anni di lavoro clinico: non curiamo mai una persona come se fosse isolata dal mondo in cui vive.
Il Consultorio di Pesaro, le famiglie e le adozioni
Contemporaneamente al lavoro in psichiatria svolsi parte della mia formazione presso il Consultorio Via Nanterre dell'Asur a Pesaro. Anche questa fu una scuola importante. Ebbi modo di lavorare nell'ambito dell'infanzia e della famiglia e successivamente mi dedicai in particolare alle adozioni.
Dopo il tirocinio continuai infatti a collaborare con un contratto come psicologo, per alcuni anni con il Consultorio dell'Asur di Pesaro, occupandomi delle valutazioni delle coppie che chiedevano l'idoneità genitoriale per l'adozione. Nel frattempo avevo approfondito anche la psicologia giuridica attraverso una formazione post-universitaria ad Urbino in psicologia forense. Il lavoro con le famiglie e le valutazioni richieste nell'ambito giudiziario mi permise di osservare un altro versante ancora della professione psicologica: quello in cui dimensione clinica, famiglia, istituzioni e diritto si incontrano.
Sono esperienze apparentemente molto diverse tra loro, psichiatria, riabilitazione, famiglie, adozioni, psicologia giuridica, ma con il tempo ho capito quanto abbiano contribuito tutte al mio modo di lavorare oggi.
Quando ho iniziato a lavorare come psicologa a Pesaro
Nei primi anni Duemila iniziai progressivamente anche la libera professione. All'inizio non avevo uno studio tutto mio. Come accadeva a molti giovani professionisti, affittavo alcune ore all'interno di poliambulatori e studi medici. La Pesaro della psicologia privata di allora era molto diversa da quella attuale.
Gli psicologi e gli psicoterapeuti presenti online erano pochissimi (diciamo che non c'erano proprio). Non esistevano le grandi piattaforme che oggi promettono di trovare il professionista adatto attraverso un algoritmo, per fortuna. La scelta avveniva prevalentemente attraverso reti personali e professionali.
Se cercavi uno psicoterapeuta o uno psicoanalista chiedevi al medico di famiglia, a un conoscente, a un altro professionista. Esistevano nomi conosciuti e reti informali attraverso le quali si arrivava da un terapeuta all'altro.
Anch'io, all'inizio, provai quella strada.
Presi l'elenco dei medici di medicina generale di Pesaro e andai personalmente a presentarmi. Non portavo soltanto un biglietto da visita: preparavo brochure e piccoli progetti clinici, servizi e sportelli che avrei potuto offrire. Ripensandoci oggi, provo anche un po' di tenerezza per quella giovane psicologa ventenne, che arrivava dai medici vestita di tutto punto, con la ventiquattrore, quasi fosse un'informatrice scientifica.
Ma avevo le idee molto chiare su ciò che volevo fare.
Qualche invio arrivò. Non abbastanza, però, per costruire una libera professione di cui vivere. E così, intorno al 2005, feci una cosa che allora a Pesaro era ancora piuttosto insolita per uno psicologo.
Aprii un blog.
Psicologia Pesaro: il mio primo blog di psicologia a Pesaro
Si chiamava Psicologia Pesaro.
Ricordo ancora la grafica: nell'intestazione avevo utilizzato la fotografia della chaise longue Le Corbusier in pelle nera che avevo nel mio studio.
Erano gli anni in cui i blog stavano esplodendo in Italia. Alcuni psicologi avevano cominciato a utilizzarli, ma a Pesaro praticamente nessun professionista aveva ancora costruito una presenza personale significativa sul web. Cominciai semplicemente a scrivere. Scrivevo di psicologia, naturalmente, ma soprattutto scrivevo delle cose che conoscevo, delle mie competenze, della mia esperienza e del mio modo di comprendere il mondo interiore.
Google fece il resto.
Le persone di Pesaro cercavano informazioni su un problema psicologico, trovavano uno dei miei articoli, ne leggevano magari altri e infine mi contattavano. Quel blog è diventato negli anni uno dei principali strumenti attraverso cui ho costruito la mia attività professionale.
È anche una parte importante della storia del sito che stai leggendo oggi: da allora continuo a utilizzare il web non soltanto per presentare i miei servizi, ma per permettere a chi cerca uno psicologo o uno psicoterapeuta di conoscere prima il mio modo di pensare e di lavorare.
Ma oggi, guardando indietro, credo che il motivo per cui funzionasse non fosse soltanto il fatto di essere arrivata online molto presto. Il blog permetteva alle persone di conoscermi prima di incontrarmi.
“Ho letto quello che ha scritto e sembrava parlare di me”
Questa è una frase che ho sentito moltissime volte in più di vent'anni:
“Ho letto quell'articolo che ha scritto e sembrava che parlasse di me.”
Oppure:
“Ho pensato che lei avrebbe potuto capire quello che mi stava succedendo.”
Credo che questo sia uno degli aspetti più importanti nella scelta di uno psicologo o di uno psicoterapeuta. La terapia è una relazione. Non penso che la scelta di una relazione terapeutica possa essere completamente delegata a un algoritmo che abbina automaticamente un problema a un professionista.
Leggere ciò che un terapeuta pensa, vedere come affronta un problema, riconoscersi nel suo modo di parlare della sofferenza permette invece di compiere già una prima scelta.
In un certo senso, la ricerca del terapeuta fa già parte del percorso terapeutico.
I pazienti che arrivavano attraverso i miei articoli spesso sapevano già qualcosa di me. Avevano intuito come pensavo e quale fosse il mio modo di lavorare. E anch'io incontravo persone che avevano già fatto un primo passo importante: avevano scelto consapevolmente di rivolgersi proprio a quella professionista.
La psicoterapia non deve essere “comoda”
Negli ultimi anni si è diffusa molto l'idea della psicologia come servizio da rendere sempre più rapido, economico e immediatamente accessibile.
Naturalmente rendere l'aiuto psicologico accessibile è importante. Ma accessibilità e semplificazione non sono la stessa cosa.
La psicoterapia richiede tempo, attenzione, formazione, supervisione e uno spazio mentale che il terapeuta deve poter preservare. Un professionista che deve sostenere un numero eccessivo di colloqui ogni settimana rischia inevitabilmente di ridurre proprio quella disponibilità mentale che costituisce una parte essenziale del lavoro clinico. Per questo ho scelto negli anni un modo diverso di esercitare la professione.
E c'è anche un'altra questione.
Oggi si sente spesso parlare della possibilità di fare terapia “comodamente” da casa. Ma la psicoterapia non è necessariamente comoda. Non dovrebbe esserlo sempre.
Una buona terapia può accogliere, certamente, ma può anche mettere in discussione. Può portarci nei punti che preferiremmo evitare, mostrarci qualcosa di noi che non avevamo ancora voluto vedere e costringerci a riconsiderare equilibri che fino a quel momento sembravano inevitabili.
Persino la poltrona di uno psicoterapeuta, penso a volte scherzando, non dovrebbe essere né scomoda né troppo comoda. Deve permetterci di stare. Ma anche di muoverci.
Forse è proprio questo uno dei fili che collega la giovane psicologa che lavorava nella quotidianità della riabilitazione psichiatrica alla psicoterapeuta che sono oggi:
la convinzione che il cambiamento non avvenga applicando una soluzione standard a un sintomo, ma creando le condizioni perché una persona possa guardare in modo diverso se stessa, la propria storia e il mondo in cui vive.
Oggi ricevo nel mio studio di psicologia e psicoterapia a Pesaro e continuo a pensare che scegliere il terapeuta non significhi soltanto trovare un nome o una disponibilità in agenda. Significa poter comprendere qualcosa della persona e del professionista che si incontrerà, del suo modo di pensare la cura e del tipo di relazione terapeutica che propone.
.jpg)
