Endometriosi e ansia: quando il corpo fa male e la mente non riesce a fermarsi



Endometriosi e ansia: un legame profondo tra corpo e mente

Vivere con l’endometriosi significa, per molte donne, imparare a fare i conti con un corpo che non è sempre prevedibile. Il dolore può arrivare all’improvviso, può modificare i progetti della giornata, può intromettersi nella sessualità, nel lavoro, nel sonno, nella vita sociale. Non è semplicemente “un sintomo”: tocca zone profonde dell’identità personale e femminile.

Non stupisce quindi che, insieme al dolore, compaia spesso l’ansia. Alcune donne raccontano di sentirsi costantemente in allarme, come se vivessero in attesa del prossimo episodio doloroso. Altre sentono il corpo come un territorio insicuro, difficile da abitare. Altre ancora vivono con la sensazione di non avere più il pieno controllo di sé.

In questo articolo non parlerò dell’endometriosi dal punto di vista medico, ginecologico o chirurgico. Mi occuperò invece di ciò che spesso rimane meno nominato: l’esperienza psicologica ed emotiva, il modo in cui ansia e dolore entrano nella storia personale, nelle relazioni, nell’immagine di sé.

Perché il corpo non è separato dalla mente: la mente abita il corpo, e il corpo parla alla mente.

Quando il dolore cronico cambia l’immagine di sé

Quando il dolore diventa una presenza costante

Il dolore cronico non è semplicemente una sensazione ripetuta nel tempo. Ha una qualità particolare: modifica progressivamente il modo di stare nel mondo.

Chi convive con l’endometriosi racconta spesso:

di dover programmare ogni attività “a seconda di come starò”
di temere di non riuscire a portare a termine ciò che ha iniziato
di sentirsi in colpa quando è necessario fermarsi
di percepire incomprensione negli altri, anche quando sono affettuosi

Il dolore cronico non riguarda solo il corpo, ma le rappresentazioni interne di sé:

“non sono più quella di prima”
“non sono affidabile”
“sono un peso per gli altri”
“non a posso chiedere troppo”

È come se il dolore mettesse in discussione l’idea di continuità della propria identità. Non è raro che compaiano momenti di tristezza, irritabilità, senso di ingiustizia. In molte donne nasce una forma di rabbia muta: verso il corpo, verso la malattia, a volte verso se stesse.

Che cosa racconta l’ansia nelle donne con endometriosi


L’ansia, in questo contesto, non è semplicemente “un sintomo in più”.
Dal punto di vista psicodinamico, possiamo vederla come:

una risposta della mente di fronte a qualcosa di doloroso, imprevedibile, difficile da rappresentare

Quando il corpo fa male in modo ripetuto e non controllabile, si attivano paure profonde:

paura di perdere il controllo
paura di dipendere dagli altri
paura di non essere all’altezza nel lavoro o nelle relazioni
paura che il futuro sia troppo limitato

L’ansia nasce anche dall’impossibilità di prevedere e dare significato pieno a ciò che accade nel corpo.

Prima ancora di essere un’idea, è una sensazione: un allarme diffuso, un’attivazione continua, come se il corpo dicesse “stai attenta, può succedere di nuovo”.

In questo senso l’ansia ha una funzione: cerca di proteggere, di anticipare, di controllare. Non è “nemica”, anche se fa soffrire. È piuttosto il tentativo di mettere ordine in qualcosa di troppo grande.

Il corpo come luogo degli affetti e delle emozioni


Nella prospettiva psicoanalitica il corpo non è solo un organismo biologico. È il primo luogo in cui si depositano le esperienze affettive, le relazioni, i significati costruiti nel tempo.

Quando non è ancora possibile dare parola a ciò che si prova, il corpo può diventare il palcoscenico su cui emozioni e conflitti interni trovano una forma di espressione. Non nel senso che “ci si immagina il dolore”, ma nel senso che mente e corpo non sono mai separati.

Il dolore, allora, non parla solo dell’endometrio ectopico, ma anche:
  • dell’esperienza di dipendere e affidarsi agli altri
  • del rapporto con la propria femminilità
  • del rapporto con il limite
  • del modo di percepire il proprio valore
Per molte donne il corpo diventa contemporaneamente:
  • fonte di sofferenza
  • oggetto di rabbia
  • qualcosa da controllare e temere
Questo può alimentare ulteriormente l’ansia: il corpo, che dovrebbe essere casa, diventa talvolta un luogo estraneo e imprevedibile.

Ipervigilanza corporea: quando ci si ascolta “troppo”


Molte donne con endometriosi descrivono un’attenzione continua a ogni minimo segnale del corpo:
  • un crampo
  • una fitta
  • un fastidio
  • un cambiamento nel ciclo
  • una variazione intestinale
Non è una scelta razionale: è come se la mente fosse sempre in guardia. Si chiama ipervigilanza corporea.

Psicodinamicamente possiamo leggerla come:
  1. un tentativo di recuperare il controllo su qualcosa che fa paura
  2. una difesa contro l’imprevedibilità del dolore
  3. un modo di proteggersi dal rischio di essere nuovamente colpite
In questo senso, prima di provare a “ridurla”, è importante comprendere che cosa protegge.

Sotto il controllo spesso vivono:
  • fragilità
  • timore di non reggere
  • paura di chiedere aiuto
  • antichi modelli relazionali in cui “bisogna cavarsela da sole”

La paura di non farcela: lavoro, coppia, futuro

L’ansia non riguarda soltanto il dolore in sé, ma tutto ciò che si lega ad esso:

riuscirò a lavorare?
riuscirò a essere una buona partner?
potrò programmare un figlio?
il mio corpo è ancora desiderabile?
chi mi vuole bene reggerà tutto questo?

Molte donne non raccontano queste domande a nessuno.

Restano dentro, mutano forma, diventano tensione, insonnia, pianto improvviso, irritabilità. Talvolta diventano sintomi somatici associati all’endometriosi.

La vergogna ha spesso un ruolo importante: vergogna del dolore, del limite, della dipendenza dagli altri, della fatica. Vergogna del proprio corpo che non risponde come previsto.

L’ansia come linguaggio delle emozioni non dette


Dal punto di vista psicodinamico, l’ansia può essere letta come una forma di comunicazione.

Comunica che qualcosa, nella vita psichica, è in eccesso:

rabbia che non trova parola
dolore per perdite o delusioni
vissuti di impotenza
paura di non essere accettate nella propria fragilità

Quando queste emozioni non riescono ancora a essere pensate e nominate, trovano altre strade: il corpo, il sintomo, l’ansia.

La psicoterapia non ha l’obiettivo di “mettere il silenziatore” all’ansia, ma di ascoltarne il messaggio e trasformarlo in pensiero.

Come può aiutare la psicoterapia 

Una psicoterapia ad orientamento psicodinamico o psicoanalitico non lavora solo sul sintomo, ma sul senso del sintomo nella storia della persona.

Nel percorso terapeutico è possibile:
  • raccontare l’esperienza soggettiva del dolore
  • esplorare il rapporto con il proprio corpo e con la femminilità
  • comprendere il legame tra ansia e relazioni significative
  • dare parola a emozioni come rabbia, invidia, colpa, vergogna
  • interrogare il proprio modo di prendersi cura degli altri e di sé
Il sintomo non è banalizzato, né spiegato in modo riduttivo.

Viene visto come parte di una storia psicologica e corporea più ampia, che merita ascolto.

In terapia possono emergere:
  1. conflitti tra bisogno di dipendere e bisogno di autonomia
  2. vecchi modelli familiari di sopportazione, sacrificio, silenzio
  3. difficoltà a riconoscere e a legittimare i propri bisogni
  4. un corpo vissuto più come oggetto da aggiustare che come luogo da abitare

L’obiettivo non è creare una persona “senza ansia”, ma una persona che conosce meglio se stessa, e che può costruire un rapporto meno ostile con il proprio corpo e con il proprio mondo interno.

Non sei “debole”: stai attraversando qualcosa di complesso
Molte donne temono di essere percepite come lamentose o fragili.

In realtà vivere con una malattia cronica che coinvolge corpo, ciclicità, sessualità, fertilità è un’esperienza psicologica complessa e profonda.

C’è bisogno di luoghi in cui questa complessità possa essere riconosciuta.

La psicoterapia non toglie l’endometriosi.

Ma può aiutare a:
  • non sentirsi sole nel dolore
  • costruire un linguaggio per ciò che si vive
  • trasformare l’ansia in pensiero, non solo in sintomo
  • ritrovare un’alleanza più gentile con il proprio corpo
  • riconoscere il diritto al limite e alla cura di sé

Se ti riconosci in queste parole

Se ti ritrovi in alcune delle esperienze che ho descritto e senti il desiderio di parlarne, è possibile farlo in uno spazio protetto e rispettoso.

Ricevo a Pesaro e online.
Puoi contattarmi da qui