Psicologia della moda: strumenti per lo psicologo della moda

Via XI Febbraio, 63, 61121 Pesaro PU, Italia


Come lavorare come psicologo della moda?



Cari psicologi, ma soprattutto care colleghe, che mi scrivete sempre desiderosi di avere consigli e suggerimenti per avvicinarvi a questo settore un po' meno popolare della psicologia ( e diciamo per certi versi sconosciuto a troppi psicologi, che confondono la psicologia della moda come banalità legate ad una semplice dimensione estetica e commerciale, fatta di sfilate per la Milano Fashion Week e borse di Hermès ) finalmente pubblico il post che mi avete richiesto in tanti e che vi avevo promesso qualche mese fa.

Vent'anni fa il mio caro maestro Bruno Caldironi ( psicoterapeuta che ha svolto ricerca nel campo della clinica tutta la vita) mi diceva che nonostante a volte trovasse stralci del suo lavoro in giro a sua insaputa, concludeva con serena rassegnazione:" L'importante è che le idee circolino".
Credo anche io che se si desidera che un ambito teorico e professionale possa crescere è necessaria la condivisione del sapere e il dibattito scientifico aperto tra esperti del campo.



Esperto in psicologia della moda vuol dire sperimentarsi e studiare.




Questo preambolo per dire che diventare "esperti" di qualcosa ( e questo vale per tutti i settori) non può avvenire esclusivamente grazie ai corsi oppure ai libri, ma è necessario sperimentarsi e fare una propria e originale rielaborazione del materiale letto.
Un concetto classico di psicologia della moda come il fatto che l'abito che indossiamo comunica un messaggio e rivela di noi alcuni aspetti, non si può certo ridurre ad osservare un modo di vestire per avere informazioni sulla personalità di qualcuno.
Una rivista femminile d'evasione potrà parlare in questi termini del concetto di personalità, ma uno psicologo sa bene che la personalità è un costrutto teorico ben preciso e che non si può fare un'analisi, o peggio ancora una diagnosi, sulla base dell'abbigliamento, ma solo attraverso colloqui, test psicodiagnostici di personalità e un'analisi rigorosa della comunicazione non verbale.

Ugualmente non possiamo dire che l'abbigliamento di una persona sia in grado di dirci se una persona è di buon umore o addirittura darci informazioni sul suo stato dell'umore: cioè se è depresso o meno.

La comunicazione non verbale non è un campo costituito da concetti banali e luoghi comuni come: postura con le braccia incrociate vuol dire chiusura, mano davanti alla bocca vuol dire bugia, e via sulla strada delle amenità generiche della psicologia da bar.


La comunicazione non verbale non è intuitiva o dettata dal buon senso, ma richiede la capacità di "leggere" oltre le parole e l'aspetto generale e comprendere le emozioni dietro l'individuo.



Per esempio una persona depressa che indossa abiti sgargianti non è detto che non sia depressa. Anzi. E' importante capire cosa e a chi comunica: a noi o a se stessa. Magari stare in sintonia con il proprio dolore è solo un atteggiamento di superficie, ma forse fatica a stare in contatto con la parte più sofferente.
In alcuni casi chi vive un profondo disagio depressivo, ma ci colpisce perché si presenta molto curato nell'aspetto, tradisce una grossa difficoltà a poter fare un lavoro psicoterapeutico autentico e va riflettuta l'importanza di non smantellare tutte le difese del paziente, di cui probabilmente per ora necessita come l'aria che respira.
Tutte queste cose non si apprendono su un libro di psicologia della moda, ma sono competenze che si acquisiscono in anni di studi e soprattutto di lavoro con le persone, i loro abiti e le loro emozioni.

Perciò quello che innanzitutto vi consiglio è di studiare, ma sul serio, e fare tanta, tanta pratica e rielaborare in modo originale e personale le teorie apprese, creandovi le vostre idee sull'argomento ( perché no? Si leggono tante cose di cui avremmo fatto volentieri a meno, quindi uscite dall'idea che esistano validazioni solo dai testi di studio: anche voi avete le vostre idee e potete teorizzarle. Con umiltà, ovviamente ).

Bene, andiamo al sodo.


Cosa studiare per occuparsi di psicologia della moda?



Innanzitutto concetti come la "personalità" e la differenza con il concetto di "persona" devono essere ben chiari: se credete che descrivere l'aspetto di qualcuno aggiunga elementi al formulare una diagnosi di personalità andate a riaprire di corsa i libri. 
Un conto è osservare una persona ad un colloquio psicologico e avere elementi su alcuni tratti della personalità, un conto è parlare della sua struttura di personalità: la struttura di personalità è quella, non cambia, gli abiti invece sono maggiormente legati ai vissuti intimi, alle emozioni e quindi si modificano.
Se poi sentire frasi del tipo" quella donna non ha personalità" vi lascia indifferente, vuol dire che qualcosa non va: tutti gli psicologi sanno che è corretto parlare sempre di personalità come struttura fondante di ogni essere umano e tutti abbiamo inequivocabilmente una personalità.
Questo genere di dichiarazioni estreme lasciamole alle riviste dal parrucchiere.

Ecco alcuni testi sul tema "personalità" ( repetita juvat) da leggere: La diagnosi psicoanalitica di  Nancy McWilliams, Disturbi gravi della personalità di Otto Kernberg . Vi consiglio inoltre i lavori sullo studio della personalità di Peter Fonagy con un'ottica psicodinamica e quelli di Giovanni Liotti, Ferdinando Galassi e Marina Ciampelli con un'ottica cognitivista.


Abbigliamento e identità



Concetto vastissimo di cui hanno parlato in tanti. Tra i testi fondamentali e storici uno su tutti è quello di John Flügel "Psicologia dell'abbigliamento" che tratta il rapporto tra la psicologia e l'analisi dell'abbigliamento con un ottica anche antropologica, sviluppando una sua personale categorizzazione di tipologie umane.
Altro testo che affronta il tema dell'identità e dell'abbigliamento è quello di Paola Pizza, docente al Polimoda di Firenze, "Psicologia sociale della moda"che fa una brillante e completa disanima approfondendo anche altri temi come l'influenza sociale e la comunicazione. I processi sociali e cognitivi sono il filo conduttore del lavoro della Pizza e spesso ho suggerito questa lettura nei miei post ( su Vivobenedonna avevo pubblicato questo post ).

Un'autrice sconosciuta in Italia, ma che ha portato un nuovo contributo al concetto di psicologia della moda e dell'abbigliamento, è Jennifer Baumgartner.
La Baumgartner, psicologa statunitense con un approccio cognitivista, ha scritto un testo intitolato "What you wear is what you are". Vi dico subito che in Italia non è in vendita ed esiste solo in lingua inglese su Amazon, quindi ricordo che buona parte della recente pubblicazione aggiornata la trovate sempre e comunque in lingua inglese: perciò studiate l'inglese ( anche più del concetto di personalità) !
La Baumgartner affronta il rapporto intimo e profondo che molte sue pazienti creano con gli abiti e l'armadio cercando di delineare la loro identità e facendo sempre una ricerca per trovare una maggiore autenticità tra ciò che vivono dentro e quello che emerge fuori ( il processo che la Baumgartner denomina  inside-outside).
In Italia va dato merito alla raccolta di lavori a cura di Pio Ricci Bitti e Roberto Caterina con il testo "Moda, relazioni sociali e comunicazione". In questo libro vengono raccolti diversi contributi tra cui "Abbigliamento e il sé" di Caterina che porta in rilievo lo sviluppo del sé di un individuo attraverso gli studi sulla definizione del sé e della sua costruzione. L'abbigliamento pare entrare nel gioco della conferma e della stabilità della propria identità fino a diventare luogo in cui è possibile sperimentare altre identità in modo reversibile: cambiando d'abito cambio comunicazione e anche percezione identitaria di me stesso, quindi Caterina non dice banalmente che io mi posso identificare in un abito, ma semmai il contrario: io cerco la mia identità attraverso la costruzione di un personaggio e l'abito mi fornisce l'opportunità di avere un'identità che posso modificare a mio piacimento.

Il rapporto tra psicologia della moda e immagine corporea purtroppo non è presente in questo testo né in altri, in quanto il concetto d'immagine corporea non è stato applicato da questi autori alla psicologia della moda e dell'abbigliamento.
Poiché lavoro con chi vive il disagio psicologico legato all'immagine corporea, sto facendo un mio personale lavoro di costruzione di ponti teorici e di letture parallele tra i testi che vi ho citato e il lavoro sulla comunicazione non verbale e l'immagine corporea, per darne una visione più vicina e utile al mio lavoro. Se siete interessati a sapere qualcosa di più v'invito a leggere il mio blog La psicologia della moda.

Nel mio lavoro di ricerca sto anche strutturando una lettura legata ad un aspetto importante: l'abbigliamento è espressione corporea e produzione creativa del sé, legata anche ai lavori di Winnicott, al concetto di prodotto artistico come oggetto transizionale nel lavoro della Milner e al lavoro di Robbins ( se volete approfondire questi temi vi suggerisco un lavoro di Rosaria Mignone, psicoterapeuta espressiva ed arte terapeuta, "Nella stanza dell'arte terapia" ).

Vi consiglio poi di ampliare i vostri studi anche con gli autori che hanno teorizzato sul concetto d'immagine corporea: Schilder, Gross, Fischer e Cleveland, Pylvanainen e Pallaro ( se volete i titoli precisi degli articoli è bene che m'inviate una e-mail).

Riguardo alla lettura del corpo, e quindi alla comunicazione non-verbale, è consigliabile leggere lo storico "Il linguaggio del corpo" di Alexander Lowen, "Il sè nel corpo" di Katya Bloom, "Analisi del movimento" di Rudolf Laban ( ma questo è solo per i veri coraggiosi) e "Muoversi in analisi" di Frances Labarre: il primo è il pioniere dell'analisi bioenergetica, gli altri sono autori di riferimento per la psicoterapia espressiva e analisi del movimento.


Ma dove deve studiare uno psicologo che si occupa di moda?


In Italia e nel mondo ( ad eccezione di un primo master partito nel 2015 a Londra il MSc Applied Psychology in Fashion, presso la London College of Fashion ) non esistono corsi universitari ne' privati che formino in psicologia della moda.

Vi consiglio di studiare quindi in autonomia, senza perdere tempo, storia della moda, storia contemporanea, storia del design, comunicazione e marketing per la moda, linguaggio delle immagini e moda e frequentate realtà aziendali e/o editoriali nel campo della moda.

Se avete la possibilità integrate con altri studi ( master e specializzazioni in istituti come lo IED a Milano, Polimoda a Firenze oppure il corso di laurea in Tecniche e Culture della moda all’Università di  Bologna.  Inoltre è ufficiale che nel 2017 partirà, presso l’ateneo bolognese,  un Master universitario in moda e design ).

Partecipate ai corsi dell'AICI ( Associazione internazionale consulenti immagine) e integrate alcune competenze con la psicologia. Vi torneranno utili.

Dal 2015 insieme a Gaia Vicenzi ho creato il progetto PSYMODA per offrire formazione nell'ambito della psicologia della moda. E' il primo progetto in Italia di questo tipo e per ora stiamo organizzando workshops a Milano, rivolti anche a psicologi. Se volete saperne di più potete visitare www.psymoda.it


Non abbiate paura di trovare la vostra strada e tentare 

vie "sperimentali" mai percorse prima.



Volete saperne di più a proposito della Psicologia della Moda?

Visitate il mio blog La Psicologia della moda oppure entriamo in contatto su Linkedin nel mio profilo dedicato alla professione di psicologo. Ogni settimana aggiornamenti e idee per crescere con la tua attività di psicologo!



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