In Treatment: lo psicoterapeuta al cinema

Via XI Febbraio, 63, 61121 Pesaro PU, Italia




E certo che questa volta non potevo proprio trattenermi dal parlare di psicoanalisi ( o meglio: psicoterapia in senso generale) e finzione cinematografica, con l'arrivo in Italia della versione nostrana di "In treatment", fiction arrivata dagli USA e ancor prima dalla tv israeliana.
Se David Byrne recita il ruolo dello psicoterapeuta alle prese con la complessità dei casi dei suoi pazienti, noi avremo Sergio Castellitto a vestire i panni dello psicoterapeuta di turno.
Sicuramente questo riproporre una fiction, come fosse un format televisivo, ha scatenato non poche polemiche, come ci viene segnalato su questo articolo della Dondi sul Huffintong post .
Allora ecco intanto il trailer della versione italiana di In treatment

Ora non entrerò anche io nel merito della polemica, che non mi compete.
Né tanto meno voglio fare l'analisi dell'analisi del tipo: è giusto dire certe cose al paziente? E' realistico quello che succede nella stanza dello psicoterapeuta-Castellitto? E così via.
Preferirei concentrare l'attenzione su come la psicoterapia e soprattutto il lavoro dello psicoterapeuta ( che, cinematograficamente parlando, è spesso rappresentato ad orientamento psicoanalitico, snobbando gli ulteriori circa 399 metodi psicoterapeutici esistenti ) vengono raccontati attraverso la cinepresa.

Diciamo che storicamente il cinema e la psicoanalisi condividono una storia comune: innanzitutto la nascita agli inizi del '900 e a seguire, attraverso l'uso del filmato e la ripresa di un'azione per raccontare una storia, danno l'opportunità di utilizzare un nuovo punto di vista, quello personale, individuale, così come la psicoanalisi ha portato l'attenzione sull'individuo e i vissuti personali della propria esistenza.
Ma in questi oltre 100 anni, la cinepresa ha inseguito la psicoanalisi e la psicoanalisi si è lasciata inseguire e contaminare.
Da Woody Allen che raccontava il difficile e contraddittorio rapporto con sua madre o Ingrid Bergman che mette sul lettino Gregory Peck nel film di Hitchcock, gli esempi di psicoterapeuti cinematografici è infinita.

A volte con l'ironia americana di "Terapia e pallottole" o l'italiana di Nuti con "Caruso Pascowsky" o Verdone con la terapia di gruppo di "Ma che colpa abbiamo noi ".

Ultimo contributo, che volevo riportare in questo mio brevissimo excursus, viene da Nanni Moretti che nel suo "La stanza del figlio" recita la parte dello psicoterapeuta in crisi. Uno dei rari casi in cui viene affrontato, dal punto di vista narrativo cinematografico, la vita del terapeuta e i suoi vissuti. 
Ma anche qui pare che il lutto subito e il forte dolore privato dello psicoterapeuta, sembrano elementi difficili da gestire, per poter continuare a fare il mestiere di psicoterapeuta. 
Come se nella fantasia comune, ci fosse una percezione dello psicoterapeuta come di un individuo avulso da emozioni e sentimenti difficili, sia nei confronti privati che soprattutto  nei confronti dei pazienti e se questi entrano in campo, non è più possibile lavorare.
In realtà è vero il contrario: lo psicoterapeuta ha una vita privata e prova emozioni nei confronti dei suoi pazienti, attraverso cui è in grado di assolvere al meglio il suo compito.
Sarebbe davvero ipocrita invitare i pazienti a stare in contatto con le proprie emozioni, mentre noi psicoterapeuti le neghiamo e ne fuggiamo.

Moretti ( ma come altri registi come Verdone o Allen ) ripropone spesso il personaggio dello psicoterapeuta all'interno dei propri film.
Un esempio è la situazione surreale dello psicoterapeuta che interviene per il disagio psicologico che sta vivendo il nuovo papa in "Habemus papam".


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